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Sempre meno sono i trentenni e sempre più sono le culle vuote. L'Italia sta perdendo una mamma su cinque perché prima si vuole essere autonomi.

Meno trentenni e più culle vuote. “Così l’Italia perde una mamma su cinque”

Hanno tra i 30 e i 34 anni, sono donne e sono sempre di meno. Nate a metà degli anni Ottanta, quando la popolazione in Italia già iniziava a crollare, sarebbero oggi, per età, le nuove “potenziali madri”. Numericamente però assai inferiori delle loro genitrici, e, viste le circostanze di vita atipiche e precarie, assai in difficoltà (insieme ai potenziali padri) nel progetto di mettere al mondo dei figli. Sorelle più grandi delle millennials, laureate ma in grande affanno sul lavoro, le trentenni di oggi sono protagoniste di quella che gli esperti chiamano la prossima e vicina “trappola demografica”. Nella quale, secondo una previsione del laboratorio di Statistica applicata dell’università Cattolica di Milano, l’Italia rischia di perdere una “potenziale madre” ogni cinque. E questo mentre i nati nel 2015 sono stati 478 mila, al di sotto dei 500 mila bambini l’anno considerati la soglia minima per sopravvivere al declino demografico. Perché non soltanto le donne tra i 30 e i 34 anni sono meno numerose: erano 2.263.843 nel 2005, sono 1.797.049 nel 2015 (un quinto in meno), ma a giudicare dalla tendenza attuale metteranno al mondo un solo figlio a testa, non di più e non tutte.

A meno di non invertire la tendenza. A meno di non riuscire a sostenere davvero la maternità. E la paternità. E il lavoro femminile, perché nonostante tutti gli sforzi l’occupazione delle donne in Italia è ancora al 46 per cento, e al Sud le senza lavoro sono, drammaticamente, l’80 per cento del mondo femminile. “Condivido la definizione di “trappola demografica””, dice Barbara Mapelli, docente di Pedagogia delle differenze all’università Bicocca, “perché una trappola è qualcosa in cui si finisce anche senza volerlo “. Le ragazze, in realtà, “i figli li vorrebbero, anche due o tre, ma nel nostro Paese è sempre più alta la distanza tra il desiderio di maternità e la possibilità di realizzarla”. Dietro questo sogno che spesso diventa rimpianto, non ci sono soltanto la precarietà, l’assenza di welfare, le aziende ostili alle gravidanze, la mancanza di congedi maschili, ma anche fattori culturali. “L’idea sempre più radicata nelle coppie è che al figlio si debba dare tutto. Altrimenti è meglio non farlo nascere. Le donne oggi vivono una contraddizione: da una parte la maternità è ostacolata da fattori oggettivi, dall’altra è enfatizzata all’estremo. Così, spesso, si finisce per rinunciare”.

Un quadro noto, eppure poco o nulla si è mosso. Lo sottolinea, con amarezza, Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, ex sindacalista con una conoscenza profonda dei nodi che bloccano la realizzazione della maternità (a due anni dalla nascita di un figlio una donna su quattro non è più occupata). E, per Fedeli, le parole chiave sono due: lavoro e padri. “Con il Jobs Act abbiamo provato a dare delle risposte, abbiamo ripristinato la legge contro le dimissioni in bianco. Ma è ancora troppo poco. Il cuore è nel lavoro delle donne: se non si investe sull’occupazione femminile, e sulla possibilità delle potenziali madri di “dividere” il carico della famiglia, i bambini continueranno ad essere pochissimi”.

Per diventare genitrici, chiarisce Fedeli, le ragazze vogliono essere prima di tutto autonome. “Ma la gravidanza è ancora vissuta dalle aziende come un costo insostenibile e, quindi, scoraggiata. Così per non restare disoccupate le ragazze rimandano”. E quando coraggiosamente un figlio lo mettono al mondo, e si trovano a dover conciliare la famiglia con la professione, vengono emarginate. “I ritmi del lavoro sono pensati al maschile: più ore dai all’azienda, più vieni premiato. Ma questo, se hai un bambino, non puoi più farlo”. E qui entrano in gioco mariti e compagni, per i quali Fedeli ha presentato una proposta di legge di congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni. “Le esperienze europee ci dimostrano che se si condivide, le donne fanno i figli. E allora è da qui che si può cominciare “.

Ci sono però esperienze virtuose. Arianna Visentini fa parte di un team specializzato nella conciliazione tra maternità e lavoro. “Sono sempre di più le aziende che ci chiamano, di solito multinazionali. Ci occupiamo di gestire sia l’assenza della lavoratrice-madre sia il suo rientro. Durante la gravidanza l’aiutiamo a restare in contatto con l’azienda, al suo ritorno la sosteniamo nell’ottica dello smart-working, lavoro da casa e flessibilità. Abbiamo visto che nelle aziende che applicano queste buone pratiche crescono le maternità”. Dimostrazione dunque che la conciliazione è una realtà possibile.

Fonte: associazionedifesaconsumatori.it

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