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NUOVO MODELLO FISCALE A DUE ALIQUOTE NEL PIANO DEL GOVERNO CONTE: 15% e 20% IN BASE AL REDDITO

La rivoluzione fiscale è rimandata ma solo in parte, a partire dal 2020 i cambiamenti saranno consistenti; le famiglie italiane potranno contare su due aliquote,  con risparmi soprattutto per i contribuenti appartenenti alla fascia medio alta.

Per chi guadagna di meno, scatterà un meccanismo di deduzioni e detrazioni che dovrebbe distribuire i vantaggi su tutte le fasce di reddito. Inoltre verrà inserita una clausola di salvaguardia che consentirà in ogni caso di non pagare più tasse rispetto ad oggi.

Che cos’è la flat tax? La flat tax è un modello fiscale che si applica attraverso l’introduzione di una tassa piatta basata SOLO ed esclusivamente su 1 aliquota bassa e unica per tutti, capace di ridurre fortemente l’evasione e di aumentare le entrate dello Stato. In pratica la flat tax è una tassa piatta e unica, molto più bassa di quelle attualmente presenti in Italia, che qualora introdotta, porterebbe ad avere un’imposta unica sui redditi intorno al 15-20%.

FAMIGLIE: DUE ALIQUOTE La rivoluzione vera e propria scatterà nel 2020 e, quindi, con le dichiarazioni del prossimo anno. In sostanza, più che una flat tax si dovrebbe parlare di una ‘dual tax’, poiché appunto prevede due aliquote. Una del 15% per i redditi familiari fino a 80mila euro, l’altra al 20% per chi guadagna di più. Per la prima fascia, inoltre, dovrebbe scattare una riduzione fissa di 3mila euro. Per i redditi fino a 35mila euro, la riduzione riguarderà tutti i familiari. Fra i 35 e i 50mila euro, la riduzione scatterà solo per i familiari a carico. La rivoluzione fiscale del governo giallo-verde dovrebbe costare fra i 35 e i 40 miliardi. Oggi invece ci sono 5 aliquote e altrettanti scaglioni Irpef. Il primo comprende i contribuenti con un reddito compreso tra 0 e 15.000 euro l’anno. In questo caso l’aliquota Irpef è del 23%. Il secondo scaglione va da 15.001 a 28.000 euro, con un’aliquota del 27%. Il terzo scaglione è compreso tra 28.001 e 55.000 euro e l’aliquota è fissata al 38%. Il quarto coinvolge i contribuenti da 55.001 a 75.000 euro: l’aliquota è del 41%. Oltre i 75.000 euro di reddito, quinto e ultimo scaglione, aliquota al 43%.

IMPRESE: 15% – Per le imprese individuali e le società di persone la flat tax esiste già. Si chiama Iri (imposta sul reddito di impresa) ed è stata introdotta con la finanziaria del 2017. L’aliquota, però, è del 24%, molto più alta della flat tax per le imprese che nel contratto giallo-verde si attesta sul 15%. Il risparmio potrebbe essere considerevole.

Meno Irpef ma più Iva? Per ora è solo un’ipotesi ma l’idea di spostare una parte del carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette non è mai tramontata del tutto. E potrebbe dare un contributo sostanzioso per far partire la riforma fiscale. Se davvero l’esecutivo ha intenzione di disinnescare completamente le clausole di salvaguardia sottoscritte dall’Italia con Bruxelles, dovrebbe tirare fuori almeno 31,5 miliardi nei prossimi due anni (12,4 nel 2019 e 19,1 nel 2020). Tutti interventi per i quali occorre trovare coperture strutturali e non una tantum. Se le clausole non saranno cancellate nella prossima manovra, dal primo gennaio 2019 l’aliquota intermedia dell’Iva passerà dal 10 al 12%, e al 13% dal 2020, mentre l’aliquota ordinaria passerà nel 2019 dal 22 al 24,2% e al 24,9% nel 2020, anno in cui scatterà anche l’aumento delle accise sui carburanti per 300 milioni. Per il momento, tuttavia, tutte le forze politiche si sono dette contrarie all’aumento dell’Iva. Operazione difficile da giustificare dopo una campagna elettorale che ha avuto proprio nel taglio delle tasse uno dei principali cavalli di battaglia.

COPERTURE : Per finanziare la flat tax Lega e M5S prevedono una sorta di rottamazione delle cartelle ex Equitalia accumulate fino al 2015. Lo sconto sarà però legato al reddito del contribuente moroso. E saranno favoriti i cittadini più deboli. Ci sarà anche una revisione dei trasferimenti dello Stato alle imprese: oggi si attestano intorno ai 30 miliardi.

Fonte: ADICO

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bollette

AUMENTO DI 2 EURO SULLE BOLLETTE DELLA LUCE PER LE PERSONE IN REGOLA A CAUSA DEI MOROSI: IL PARLAMENTO E IL GOVERNO SAPEVANO TUTTO DA TEMPO

Il totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi è stimato circa un miliardo di euro, che dovranno essere pagati in parte dai consumatori domestici onesti con un rincaro di 2 euro sulle bollette della luce. Il Governo e il Parlamento erano al corrente di tutto e sarebbero potuti intervenire ma non l’hanno fatto. La stima e la velata accusa sono state fatte dalla stessa autorità di settore Arera in una nota diffusa ad alcune associazioni di consumatori.

Gli oneri di sistema della bolletta elettrica non pagati dai clienti morosi ci costeranno, in media, 2 euro all’anno. Una cifra molto lontana dai 35 euro paventati da una bufala circolata via Whatsapp nei giorni scorsi, ma abbastanza per far infuriare tutti i clienti onesti, che pagano la bolletta regolarmente ogni tre mesi. La polemica è nata intorno a metà febbraio, dopo la delibera di Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) 50/2018; ad oggi, infatti, gli oneri di sistema che paghiamo al nostro operatore, ovvero una voce della bolletta slegata dal consumo della luce, vengono a loro volta girati ai distributori di energia, che li versano nelle casse del Gse (Gestore dei Servizi Energetici). I clienti che non pagano le bollette, però, creano un danno economico sia ai propri operatori che ai distributori. Questi ultimi, infatti, sono costretti ad anticipare il denaro, e se non lo ricevono dai venditori lo perdono per sempre, perché si tratta di crediti inesigibili. La delibera prevede che questi oneri irrecuperabili debbano essere versati dal cliente finale, per colmare il buco lasciato dal mancato pagamento dei morosi.

L’Autorità dell’energia si è dovuta adeguare alle sentenze del Consiglio di Stato e del Tar della Lombardia, a cui si erano appellate alcune società venditrici, ma nel frattempo si è anche appellata alla Cassazione per cercare di annullarne gli effetti. Il tribunale amministrativo ha infatti contestato il meccanismo in atto fino ad ora: venditori e distributori devono anticipare i soldi, indipendentemente dal fatto che li abbiano ricevuti. Nella nota Arera spiega di aver fatto di tutto per scongiurare l’imposta nei confronti dei consumatori onesti: “Quanto affermato nelle sentenze porta a un potenziale incremento delle situazioni di mancato versamento degli oneri generali, aumentando potenziali comportamenti opportunistici da parte dei venditori che potrebbero versare ai distributori somme ben inferiori a quelle effettivamente incassate a titolo di oneri di sistema”.
Il timore è infatti quello che eliminando l’obbligo di anticipare il denaro, qualcuno possa ricavarne un guadagno in modo illecito. Il risultato è un aumento complessivo e incontrollato degli oneri generali a carico della totalità dei clienti finali. Secondo Arera la delibera 50 è un tentativo di evitare questo rischio di “aumento incontrollato” perché, se è vero che da una parte addebita ai clienti gli oneri inesigibili, dall’altra continua a obbligare ancora venditori e distributori a versare gli oneri fatturati, a prescindere dal fatto che li abbiano riscossi oppure no.
Infine l’Autorità passa la palla alla politica dato che Parlamento e Governo sapevano già da tempo quello che stava per accadere; è stata infatti la stessa Arera a informarli attraverso segnalazioni e documenti pubblici. Ma ci sarebbe ancora modo per rimediare: l’Autorità ha proposto di far pagare gli oneri di sistema con le stesse modalità in cui oggi paghiamo il canone Rai. Un modo per “mettere in sicurezza il sistema di esazione” e rendere superfluo il meccanismo di recupero che si è innescato, mandando su tutte le furie consumatori e relative associazioni.
Fonte: AdicoIl messaggeroRepubblica

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Assegni

ASSEGNI NON TRASFERIBILI E MAXISANZIONI: LA COMMISSIONE FINANZA CHIEDE AL GOVERNO UNA SOLUZIONE

A seguito delle numerose denunce dell’Adico, che segue molte delle persone incappate nella supermulta di 6 mila euro per non aver apposto la dicitura “non trasferibile” sugli assegni, e del gruppo facebook “Maxisanzione per assegni privi del non trasferibile”, che in quindici giorni ha avuto più di 21 mila contatti, martedì scorso la Commissione Finanze della Camera ha espresso un parere favorevole all’adozione di “correttivi per evitare i potenziali effetti distorsivi” delle sanzioni.

Dopo le inchieste e le testimonianze raccolte sulle maximulte che stanno arrivando a molti italiani a causa della mancanza di dicitura “non trasferibile” sugli assegni, si ha finalmente un impegno concreto per risolvere questa vicenda. Le tante “vittime” della questione possono tirare un sospiro di sollievo, anche se i giochi sono ancora aperti. Ora ad occuparsene sarà il governo Gentiloni, che potrebbe emanare un provvedimento ad hoc prima che si formi il nuovo esecutivo, come chiedono a gran voce le persone sanzionate.

La nostra associazione si è mossa da subito anche a livello mediatico per denunciare questa situazione incredibile – spiega dopo aver lanciato l’allarme Carlo Garofolini, presidente dell’Adico – “Abbiamo avuto subito come primi soci due pensionati veneziani che, dopo aver staccato degli assegni da vecchi blocchetti senza apporre la dicitura “non trasferibile”, si sono visti comminare una richiesta di pagamento di 6 mila euro per una dimenticanza che prevederebbe, dallo scorso luglio, sanzioni fra i 3 mila e i 50 mila euro. Cifre assurde, incredibili. Anche il gruppo nato spontaneamente su facebook, con cui siamo entrati da subito in contatto, ha denunciato ai media questa incredibile situazione che, a quanto pare, coinvolge ormai migliaia di cittadini italiani. Noi seguiamo una quarantina di casi quasi tutti della nostra zona. Gli errori da parte dell’Abi e del Ministero sono stati tanti, ora, dopo il parere della Commissione, ci attendiamo buone notizie per le persone sanzionate e lanciamo un appello al governo affinché si adotti subito un provvedimento adeguato, che renda la sanzione proporzionale alla dimenticanza, annullando i salassi che hanno sconvolto tantissime famiglie”.

Fonte: Adico

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decreto fiscale sigaretta elettronica

OK DEL SENATO AL DECRETO FISCALE: NUOVI PROVVEDIMENTI PER LE E-CIG

Il Senato ha dato l’ok al decreto fiscale su cui il Governo ha posto la fiducia: le sigarette elettroniche non potranno più essere vendute online; sotto analisi anche il pagamento dell’imposta sulle e-cig e l’evasione attraverso aziende estere.

Arriva dal Sentao il via libera al decreto fiscale collegato alla manovra, su cui il governo ha posto la fiducia. Poche sorprese: 148 voti a favore, 116 contrari e nessun astenuto.

Tra le novità arriva la stretta sulle sigarette elettroniche, che non potranno più essere vendute online. La commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento al decreto fiscale a prima firma Vicari che prevede la vendita solo nelle tabaccherie e nelle rivendite autorizzate. La misura, spiega la senatrice, ha un doppio scopo: quello di combattere un mercato che anche la relazione tecnica stima per il «50% illegale», recuperando quindi l’evasione fiscale, e quello di garantire gli adeguati controlli sul fronte sanitario dei liquidi venduti.

Sulle sigarette elettroniche, si legge nella relazione tecnica al maxi-emendamento su cui il governo ha incassato la fiducia, dal 2015 c’è una imposta al consumo di 0,393 euro al millilitro per i liquidi da inalazione, contenenti o meno nicotina, dal quale ci si aspettava a regime 115 milioni l’anno. Ma «per la mancanza di controlli amministrativi frontalieri, per i prezzi più bassi praticati negli altri paesi e a causa di un lungo contenzioso, lo Stato – si legge – nel 2017 incasserà un importo pari a circa 4 milioni». In attesa della sentenza della Corte Costituzionale, alcune aziende hanno applicato l’imposta «esclusivamente alla quantità di nicotina presente, di fatto pagando 1/10 dell’imposta dovuta».

Sul fronte dell’evasione, sempre nella relazione tecnica si spiega che «a causa della mancanza di controlli amministrativi frontalieri molti consumatori optano per l’approvvigionamento via web su siti di aziende estere» che inviano via corriere in quantità modeste (massimo 10 flaconi) «evitando controlli fiscali alla dogana e, di fatto, evadono l’imposta». Altro fenomeno quello dell’immissione sul mercato «di contenitori ad altissima concentrazione di nicotina» che consentono «al negoziante illegalmente, o al privato legalmente, di diluire il prodotto, ottenendone un quantitativo per il consumo molto più alto».

La vendita in canali autorizzati «e quindi tracciati e controllabili – si legge ancora – porterebbe a una ragionevole riduzione del mercato illegale» e a «maggiori introiti a titolo di imposta al consumo».

Fonte: Adico

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