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“SOCIAL DOWN” IN TUTTO IL MONDO

“Social down” in tutto il mondo. Risolto il malfunzionamento dei colossi Social.

Tra le 16 e le 17 di ieri, migliaia di utenti a livello mondiale hanno segnalato problemi di malfunzionamento di Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp, i quattro pilastri dell’impero di Mark Zuckerberg.

L’impossibilità di poter postare su queste piattaforme ha subito fatto diventare di tendenza su Twitter hashtag come #facebookdown e #instagramdown.

I problemi non hanno riguardato solo i singoli utenti, ma anche molte aziende e istituzioni che utilizzano proprio i social come canale di comunicazione.

Ora il disservizio sembra rientrato. Alle 5 di questa mattina Instagram ha infatti twittato “siamo tornati”.

Il malfunzionamento su Facebook invece è durato circa 15 ore, uno dei più lunghi di sempre. Attualmente la pagina che riporta lo status di Facebook, dedicata agli sviluppatori, continua a segnalare una “interruzione parziale”.

Fonte: Ansa

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Non credono ai social ma tre giovani su dieci rilanciano le bufale

NON CREDONO AI SOCIAL, MA TRE GIOVANI SU DIECI RILANCIANO LE BUFALE

Consapevoli che quanto si legge sui social andrebbe verificato, ma comunque pronti al clic veloce che diffonde la bufala. Ci sono soprattutto due dati, nell’indagine dell’Osservatorio giovani dell’Istituto G. Toniolo su “Diffusione, uso, insidie dei social network”, capaci di fotografare la società della post-verità: tra i giovani che hanno dai 20 ai 34 anni circa uno su tre (il 28,5 per cento) ammette di aver condiviso un’informazione poi rivelatasi falsa. Eppure il pericolo bufala è noto: l’86,6 per cento afferma che i social non vanno presi troppo sul serio perché “i contenuti che vi si pubblicano possono essere tanto veri quanto inventati”.
Un’anticipazione dell’indagine, condotta nel mese in corso su un campione di 2.182 persone, rappresentativo dei giovani dai 20 ai 34 anni, sarà presentata oggi all’incontro “Vero, verosimile, post-verità”, che l’arcivescovo di Milano terrà con giornalisti e comunicatori. I dati raccolti sulla diffusione delle bufale in rete lasciano tuttavia qualche speranza su un mutamento di tendenza, su una maggiore consapevolezza nell’uso dei social. Se, come detto, il 28,5 per cento ha condiviso informazioni poi risultate false, il 75,4 riferisce che, dopo un’esperienza personale o la diffusione di una bufala da parte di un amico, ha aumentato la sensibilità sul tema e l’attenzione ai contenuti “sospetti”. In particolare, il 55,6 per cento ha smesso di condividere contenuti da contatti a rischio e il 41,7 per cento ha rimosso dalla propria rete chi diffondeva notizie false. Ma resta un 11,2 per cento che tende a condividere “sempre e comunque, tanto è impossibile appurare l’attendibilità di quello che circola in rete”.
La capacità di fiutare l’inganno e di aumentare l’attenzione è poi strettamente legata agli strumenti culturali. Tra chi ha il solo diploma di scuola media, la condivisione di un bufala è al 31,7 per cento, scende al 24 per cento tra i laureati. Con un titolo di studio universitario si individuano le notizie false condivise da altri (77,8 per cento, contro il 74,6 per cento di chi ha un titolo intermedio e il 70,4 per cento di chi ha un titolo basso) e anche la reazione dipende dal livello culturale: il 79,1 per cento dei laureati è pronto a cancellare un contatto facile alle fake news, contro rispettivamente il 76,7 e 71,4 di chi ha un titolo intermedio o basso.
Confermati anche il primato di Facebook tra i social network e l’uso dello smartphone. Il 90,3 per cento degli intervistati è presente sul social di Zuckerberg, il 56,6 per cento è su Instagram, Google+ cattura il 53,9 per cento degli utenti, mentre Twitter resta al 39,9. Chi usa Facebook è più assiduo (oltre il 90 per cento presente con cadenza quotidiana) e lo strumento privilegiato per connettersi è il telefonino (72,7 per cento), sul quale si leggono post di amici e follower (74,1 per cento), news (63,2 per cento), si conversa via messenger (57,8 per cento) e si commentano post dei contatti (49,1 per cento). Non vacilla il binomio rete/libertà: il 69,2 per cento degli intervistati considera i social uno strumento dove è più semplice comunicare stati d’animo ed emozioni ed esprimere “apertamente il proprio punto di vista sulle questioni più controverse dell’attualità” (71,3 per cento) con un linguaggio più schietto e diretto (70,1 per cento).

Fonte: La Repubblica

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